Racconto dell’esperienza di service…Last Minute Rotaract

Racconto di esperienza vissuta, di Marialuce Munari… (8-9 Aprile 2010)

E’ giovedi. Anzi, è un giovedi come un altro. Sono le quattro e mezza, tra un’ora ho appuntamento con gli altri davanti al Decathlon. Ok, è ora che inizi a caricare i miei vestiti e i miei libri in macchina. Parto. No, dove parto che non so la strada. Rifletto. Ok, la so. Parto, questa volta sul serio. Arrivo, parcheggio davanti, sono in anticipo, volutamente, così posso entrare e cercare le scarpette da danza per la mia migliore amica. Entro e mi sento come sovrastare dalla quantità di vestiti scarpe gente cartelli che occupa spasmodicamente uno spazio quasi piccolo per contenere tutto quello che c’è. Sembrava stesse per esplodere. Cerco le scarpette, ma c’è troppa gente mi perdo e non capisco, dalle indicazioni della commessa, dove dovrei guardare. Per forza, penso, come fa a ricordarsi dove sono le cose in questo bailame? Facciamo che esco.

Incontro Fede, poi arrivano Laura, Giulia e infine Ale. Abbiamo le macchine cariche come per stare via un mese (per me una settimana). Facciamo il punto della situazione, poi ci avviamo in colonna verso la prima comunità, di cui non so niente se non che è una casa in cui vivono donne, alcune con bambini, in difficoltà. Salgo in macchina e distrattamente canticchio, cambio canzone, mi guardo intorno. Non saprei mai più trovare quella strada. Il mio impegno di oggi, in fondo, non è molto più che un impegno come un altro. Ho dei vestiti e dei libri in eccedenza e, invece che buttarli, li portio in beneficienza a delle associazioni. Quali? Non me lo ricordo o forse non lo so. Perché lo sto facendo? Perché è un ragionamento logico. Cosa mi aspetto? Domanda che non mi ha nemmeno sfiorato. Mi va di farlo? Non mi pongo il problema. Lo faccio. Distrattamente, lo faccio.

Arriviamo davanti a questa Chiesa, in aperta campagna, e di fianco c’è un cancello. È li che dobbiamo entrare. Parcheggiamo e scarichiamo tutti i libri: in quella comunità hanno bisogno di libri. Supero il cancello e mi trovo in un giardino. Bello. Un bel giardino, una bella casa. Penso che tutto è al proprio posto. Le piante, i sassetti per terra, un cane che ci viene in contro facendo il suo dovere, un’anziana signora su una panchina. Tutto è dove dovrebbe essere. Poi escono due ragazze. Ci salutano e sono incredule nel vedere la quantità di libri che abbiamo portato. Sorridono, ridono con quella risata felice ma imbarazzata, ci fanno accomodare. Varcata la soglia, si presenta una casa scarna, mobili di legno semplice, non manca forse l’essenziale ma manca sicuramente il superfluo. Però è tutto pulito, ordinato e anche l’odore è gradevole. Guardo le due ragazze muoversi con disinvoltura tra quelle mura modeste e guardo noi, belli e vestiti bene. E guardo di nuovo loro. Hanno I denti accavallati, ma puliti. I vestiti molto modesti, ma si capisce che hanno passato del tempo davanti all’armadio per cercare un abbinamento armonioso. Mi guardo intorno, non ci sono piatti sporchi nè niente in giro. E’ tutto semplice, loro sono semplici, ma è tutto dignitoso. E qui inizio a sentirmi un po’ in colpa per tutte le volte che dico “non ho niente da mettermi”, per quando lascio i piatti nel lavello “tanto domani viene la signora a pulire”. Si vede che sono tutte donne, una casa di uomini non sarebbe così, ma quella non è una casa qualsiasi, è una casa di donne sole e in difficoltà. E, si sa, la difficoltà e la disperazione abbrutiscono. Invece loro, sono grintose. Studiano, lavorano, ringraziano noi e ringraziano di avere quel posto. Ma con estrema dignità. Tant’è che, andandocene, mi accorgo che tutti noi ringraziamo loro.

Proseguiamo verso la prossima comunità, una casa-famiglia li vicino. Dopo aver percorso una stradina sterrata e piena di buche, arriviamo a destinazione. Sono due case chiaramente abitate e una terza è in costruzione. Scendiamo e ci vengono incontro una ragazza e una bambina. La ragazza è una delle volontarie, la bambina è una delle “ospiti”. Si chiama Caterina, ed è piccola. Mi si stringe il cuore. E’ piccola, non ha una famiglia, non ha niente, eppure ci offre le sue cicles. Mi si stirnge nuovamente il cuore. Salutiamo la responsabile, ci fanno scaricare tutti i vestiti che, ci dicono, li servono moltissimo e poi gentilmente ci invitano ad entrare. Ci accomodiamo in cucina. Sembra la classica casa di campagna dove potremmo trovarci con i nostri genitori per un pranzo domenicale da amici, invece non lo è. E’ la casa di tanti minori che, senza nessuna colpa, si sono trovati a nascere in famiglie disastrate, con genitori delinquenti, drogati o ubriachi e a cui è stata quindi tolta la custodia dei figli. La signora Angela Lodi è colei che ha dato vita a questo progetto diventato una realtà importante. Ci racconta che ha venduto la sua casa e con quei soldi ha messo in piedi tutto ciò. Cosa?? Non ho capito bene. Ha venduto la sua casa e investito tutti i suoi soldi per creare una casa famiglia? Si. L’ha fatto. E così ora quella casa ospita bambini e ragazzini che non possono stare con le loro famiglie e quella di fronte ospita ragazzi con alle spalle un’esperienza nel carcere minorile. Sono letteralmente stranita. Mi sento insignificante, mi sento inutile, mi sento triste per quelle vite cosi diverse dalla mia, cosi diverse da come sarebbero dovute essere. Ad un certo punto entra una bambina. E’ più piccola di quella di prima, abbraccia uno dei peluches che ho portato e ringrazia per averlo ricevuto. Ha gli occhietti vispi, specchio di una mente altrettanto viviace. Penso subito che si meriterebbe un futuro con lo studio, e che invece sicuramente finita la scuola d’obbligo sarà costretta a trovarsi un lavoro. La signora Angela ci dice che fa la quarta elementare. E’ veramente piccola. Guardandola penso a tutte le volte in cui mi sono rifugiata tra le braccia della mia mamma, a quando tornavo da scuola e lei mi aveva preparato il mio piatto preferito, alle volte in cui avevo la febbre e come tutti i bambini avevo paura e stavo male e lei mi coccolava, mi faceva dormire nel lettone con sé e mi regalava un giochino nuovo. Ho pensato ai tanti momenti della mia vita in cui non mi sono mai resa conto di quanto fossi fortunata. E ho pensato a loro. Che già sono comunque più fortunati di altri che sono per stada. Ma che sono lì con persone che non chiamano mamma e papà, che non crescono circondati e protetti dall’amore della loro famiglia, che non hanno semplicemente ricevuto nè mai riceveranno quello che ho ricevuto io.

Con la mente affollata da questi pensieri, mi sento veramente poco bene, una sensazione di malessere ha preso il sopravvento. Lì ho capito. Ho capito che l’impegno di quel giovedi pomeriggio non era un impegno come un altro, che i vestiti e i libri non si danno in beneficienza per un ragionamento logico per cui è assurdo buttarli, che io non mi aspettavo niente e invece sono stata investita da un fiume in piena di pensieri e di sensazioni. Venendo via da lì, non c’era nulla in me che fosse uguale a prima.

Venerdì mattina andiamo all’opera di Padre Marella. Siamo io, Laura e Fede. Portiamo tutto ciò che era rimasto, moltissimi vestiti. La differenza con I due posti precedenti è che appena entrata, ho la sensazione di essere in un ufficio. C’è gente che parla al telefono, scrivanie piene di fogli e tutto è molto bello e pulito. L’ per lì sono un po’ scettica. Una delle responsabili ci accoglie con gioia e gentilmente lei e un volontario ci accompagnano a fare un giro all’interno della struttura. Entriamo nella zona lavanderia e ok, cambio subito idea. Ci spiegano che attualmente ci sono 70 ospiti e la signora che si occupa della lavanderia ci racconta che sono 30 anni che “lavora” lì, e che una volta riusciva a fare tutto da sola, mentre ora ha bisogno di una mano. Pensando alla quantità di cose da lavare per 70 persone, fossero anche solo lenzuola e asciugamani, mi sento male. E mi congratulo sinceramente con lei. Poi, il volontario che ci stava cortesemente accompagnado, ci fa vedere la sua stanza. Ce la apre molto orgoglioso. Entro. È minuscola. Ci sono due letti e un comodino. E un ancor più minuscolo bagno. Però è tutto pulito, è tutto in ordine. E’ tutto più che dignitoso. Finiamo il giro nel sotterraneo dove ci mostrano le stanze in cui raccolgono tutti i vestiti precedentemente smistati e ci spiegano che in Emilia Romagna ci sono 15 centri, specializzati per offrire diversi tipi di sostegno. Ci avviamo all’uscita, continuiamo a fare domande alle quali riceviamo sempre una risposta esaustiva e io continuo a pensare alle volte che io stessa sono passata per via Orefici, ho allungato qualche moneta al padre che sosta regolarmente all’angolo e me ne sono andata abbastanza soddisfatta per la mia buona azione quotidiana. Ora mi sento ridicola. E penso alle volte in cui vediamo un mendicante seduto in terra e lo evitiamo distogliendo lo sguardo. La gente, ci dice anche uno dei responsabili, si vergogna a dire che aiuta gli altri, si vergogna della povertà, si vergogna di parlare con uno che chiede l’elemosina. Si vergonga. E mi ricordo il mio nonno, un medico con il carattere forte e persona molto distinta, che si fermava a chiacchierare con il povero che era sempre sotto casa mia. Gli portava rispetto, gli dava del lei e non lo faceva mai sentire vergognoso perché gli faceva l’elemosina. Al funerale del mio nonno quel povero era in Chiesa.

Penso che Padre Marella, la signora Angela e tutte le persone che si occupano di chi ha bisogno, e il cui nome non si conosce, siano degli Angeli. Anche loro avranno i loro problemi, i loro pensieri, le loro sofferenze e le loro difficoltà ma, nonostante tutto, si dedicano ad una attività che non è allegra e divertente, che non è redditizia, che non dà loro la gloria, che non rende famosi. Ma che dà la gioia più grande del mondo. E anche noi possiamo fare qualcosa. Dare una mano agli altri responsabilmente e con amore è il primo modo per dare una mano a se stessi, dare aiuto agli altri e partecipare al loro dolore è ridimensionare il nostro, e certamente dare è sempre più bello che ricevere.


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  1. Beatrice Laus Says:

    lulli..complimenti per l’articolo…..stupendo…mi sono commossa!!!!!bea

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